“A che serve il teatro?”: la domanda, apparentemente banale, è in realtà importante. Enrico Bernard l’ha posta al centro del seminario condotto nella sede della Casa dei Teatri, sviluppando un discorso ricco d’implicazioni storiche e culturali che ha richiamato in premessa il passaggio dalla rivoluzione francese al classicismo.

Bernard è un drammaturgo famoso. Ha scritto testi teatrali rappresentati in Italia e all’estero, ma è anche un uomo di cultura che svolge lezioni e conferenze nelle università europee e americane. E’ un artista che pratica la scrittura drammaturgica con il sostegno di una forte consapevolezza teorica che si rivela anche attraverso gli scritti che pubblica sulla rivista “Il neorealismo”.   
In occasione del seminario ha compiuto un viaggio scandito da tre momenti di fondamentale importanza: 1) la funzione educatrice dell’arte, con disamina delle tesi di Shiller, Goethe, Croce e Gramsci; 2) il teatro come fondamento della scienza moderna, con rimandi a Socrate e ad Aristotele;  3) il teatro come ricerca della verità politica e sociale, con riflessioni puntuali su Machiavelli (teatro oltre il teatro), Aretino (il teatro come piazza) la Commedia dell’Arte (teatro in piazza), Pirandello (teatro nel teatro), fino ad arrivare a Eduardo (la realtà dietro al teatro). Estremamente interessante è stata anche la  riflessione finale sul teatro come rappresentazione della verità, con particolare riferimento all’assunzione della follia come possibilità concreta di dirla la verità (vedi Luigi Pirandello con “Enrico IV” e “Il berretto a sonagli”).
Insomma, “A cosa serve il teatro?”. I partecipanti al seminario, sapientemente stimolati dal nostro drammaturgo, hanno dato risposte variegate che possono essere così riassunte. C’è il teatro che si pone come obiettivo quello di rifare il mondo (date particolari situazioni sociali, politiche e culturali diventa uno strumento valido d’impegno sociale, di denuncia e di critica di tutte le forme di potere). Ma c’è anche il teatro che offre allo spettatore accorto emozioni, stupori e divertimento: il che non è cosa di poco conto. C’è il teatro che parla il linguaggio della realtà o che va alla ricerca della verità. (Perché no? La verità o le verità?) E c’è il teatro che si rifiuta di parlare della realtà e della verità, perché di verità e di realtà si muore in teatro, e non solo. C’è il teatro finalizzato alla conservazione della memoria e il teatro che ritiene che la  storia debba essere conosciuta per essere poi dimenticata (il teatro della dimenticanza esige che i fatti vengano raccontati nella loro essenza quando, dopo un po’ di tempo, ritornano trasformati). C’è il teatro degli uomini buoni e saggi e il teatro che considera la barbarie non estranea alla persona del drammaturgo (nell’attraversamento del campo barbarico lo scrittore assume in sé la barbarie anche se non ha mai commesso un atto barbarico). C’è il teatro civile e il teatro incivile. Il teatro per gli spettatori che accettano di essere educati e il teatro per spettatori che vogliono rimanere maleducati. Il teatro della ragione e il teatro della mente, meglio del corpo/mente. I teatro che si fonda sui processi di astrazione e il teatro che fa riferimento all’autogestione dei processi organici da parte dell’attore/danzatore. Il teatro che pesca nella cronaca per lanciare messaggi sociali e il teatro che, al di là della cronaca e della storia, si pone il problema di durare nel tempo portando con sé la poesia della scena, la poesia di quello che accade in scena e che è stato messo prevetivo (almeno in parte) dal drammaturgo attraverso la scrittura del testo linguistico.
Come ho detto in altre occasioni, il panorama è complesso e variegato. Ci sono tante drammaturgie, per tanti teatri, per tanti pubblici. Va tutto bene. A condizione che il teatro non produca un effetto “mortale”.