Domenico Matteucci è un grande fabulatore.  Dopo la ricerca iniziale della modalità di approccio con la platea degli ascoltatori, è partito con determinazione per il viaggio  attraverso i modelli del racconto drammaturgico, utilizzando parole parlate, evoluzioni delle braccia/mani e suoni onomatopeici che hanno  affascinato i partecipanti al seminario “La natura del racconto e le strutture del male”. Il suo happening è stato suffragato da una sapienza concettuale e da una gestualità spontanea che si sono intrecciate, risultando perfettamente funzionali alle modalità ironiche e volatili del processo di comunicazione.

I modelli sono importanti perché “dicono cose che spesso sono così, ma che non sempre sono così”. La scrittura drammaturgica - ha aggiunto Matteucci -, “è come il legno, che ha un verso, che ha una venatura”, che ha proprietà variegate: non c’è un legno uguale ad un altro. Il legno porta con sé una energia interiore, una vita nascosta, che ha bisogno dell’estro creativo dell’artigiano che lo lavora.

Richiamata l’attenzione sulla natura “frattale”, “bipolare” e “sadica” del racconto, il nostro drammaturgo si è soffermato sul modello della perversione per stabilire che ad ogni componente (implicita o esplicita) del discorso corrisponde un valore opposto e contrario. Tale valore produce un effetto  significativo sullo spettatore, il quale si attiva generando quella che viene comunemente chiamata drammaturgia dello spettatore. Il comportamento perverso, e perseverante, di un personaggio stimola l’energia che scaturisce dalla speranza del ravvedimento virtuoso, così come il perdurare di atteggiamenti virtuosi produce l’energia vitale che fa sentire utile e creativo lo spettatore, indotto com’è a immaginare lo svaporare del comportamento benevolo e solidale di un altro personaggio. In altre parole, lo scrittore si serve del modello per indurre lo spettatore a immaginare nel primo caso la fine di ripetuti fatti di  malevolenza e nel secondo caso la fine di accadimenti edificanti determinata dall’avvento di ostacoli, precipizi, disastri e disavventure clamorose.

Questa regola, applicata da Matteucci al racconto del “manager felice" che vive in una condizione di ricchezza strabiliante, di benessere prodigioso e di autoreferenziale felicità, ha reso evidente il ruolo attivo e partecipe giocato dai seminaristi. Segmento dopo segmento narrativo, evento fortunato dopo evento fortunato, hanno  dichiarato di aver immaginato il rovesciamento degli eventi fortunati in fatti negativi dirompenti che li hanno messi nella condizione di essere attivi,  quindi utili, quindi creativamente partecipi,  nella prospettiva di quella drammaturgia alla quale ho fatto riferimento poc’anzi: la drammaturgia dello spettatore.

La “necessità del dolore” è stata successivamente lanciata nel corso del seminario come una questione che interessa non solo i fatti della vita reale, ma anche quelli artistici della finzione scenica. L’uomo non cambia, si sa, se non attraversa l’esperienza del dolore. E la scrittura drammaturgica non diventa una esperienza che trasforma il drammaturgo, se questi non assume in sé il dolore del mondo. Il dolore è come la barbarie. Se il drammaturgo non assume la barbarie come se gli appartenesse - anche se non ha mai compiuto un atto barbarico -, la sua scrittura rischia di  arenarsi su un bagnasciuga, moralistico e retorico, privo di fascino e di credibilità.

A seguire Matteucci ha introdotto il modello della “tortura”, quello del “tormento delle vicende, dei rapporti umani e del tormento interiore”, e quello relativo al “senso dell’heppy end” - che ha evidentemente una funzione consolatoria, e del “bad end” - che ha una funzione consolatoria e rassicurante “ancora più forte - ha detto - perché ci rivela il senso della vita”. Ci rivela il senso prezioso della vita o l’orrore che porta con sé?

Un altro racconto breve, incentrato sulla metafora del “paradiso terrestre”, ha concluso il seminario. Protagonisti: la mela e il morso della mela. Con il morso della mela “nasce la paura, la colpa, il tempo; nasce la morte; il bene e il male; nasce la conoscenza del bene e del male”. E di rimbalzo nasce una domanda.  La scrittura drammaturgica deve parlare del bene per educare al bene, oppure deve trattare le “strutture del male” (anche del male assoluto) per comunicare in modo poetico il bene? Insomma, il movimento della creazione artistica va dal positivo al positivo, oppure va - di rimbalzo - dal negativo al positivo?