Liliana Paganini ha letto, ha selezionato, ha composto e proposto una tessitura di scritti di autori famosi sul tema della “Ispirazione” in occasione del sedicesimo seminario che si è svolto alla Casa dei Teatri, organizzato dal Centro Nazionale di Drammaturgia  Italiana Contemporanea. E nell’avvio della relazione ha dichiarato di aver fatto un lavoro di poco conto, ma non era vero. Ha fatto un lavoro culturale prezioso e ha dato senso ad una questione di primaria importanza attraverso le parole di molti scrittori, dimostrando di averli saputi leggere, di averne compreso appieno il significato e di averli riproposti nel contesto di una fitta  rete di considerazioni, rimandi e approfondimenti utili, destinati soprattutto a coloro che si occupano dei processi della creazione artistica, con particolare riferimento alla scrittura, e specificatamente alla scrittura drammaturgica.

L’ispirazione è un respiro, è un impulso interiore, è la pratica complessa, e per certi aspetti complicata, che ha che fare con il “duende”. E’ un potere misterioso che molti sentono di avere, ma che nessuno conosce. E’ lo spirito che giace nascosto nella stanza retorica del sangue. Può essere evocato e utilizzato attraverso l’attivazione del processo organico che trasforma la carne in corpo glorioso. In altre parole, perché il sangue si trasformi in pensiero e il pensiero si trasformi in sangue è necessaria una struttura di azioni fisiche ben calibrata che porti con sé un determinato ritmo e una determinata energia vitale, tali di rendere volatili e seducenti le forme organiche.

Non intendo in  questa sede andare oltre la descrizione sintetica di un fatto  complesso che interessa i processi della comunicazione teatrale, e che impone uno spazio di riflessione e di esposizione più ampio rispetto a quello di cui dispongo per il resoconto di un seminario. Basti dire, che  l’ispirazione non arriva, aspettando. E’ come Godot. Tutti sono in attesa di Godot, ma Godot non arriva e nessuno sa cosa sia. Il processo da cui deriva il linguaggio estensivo (o spazialità del corpo/mente in estensione) e la poesia della scena non  dipende da un atto di ragionevole volontà.  E’ invece legato alla struttura che trova fondamento nella continuità di ogni azione fisica e che si riempie di senso attraverso il  perfezionamento delle azioni fisiche che compongono la struttura. Se l‘attività viene interrotta, nella pausa s’insinua la ragione che rende l’artista (troppo) presente a se stesso: il processo langue, cade e ben presto muore. La ragione non serve a fare teatro. Serve il corpo/mente. La ragione serve ad attraversare la strada, non a realizzare un processo organico con le relative forme organiche. Dunque, il processo organico è una metodica legata a due coppie di elementi, fondamentali: esercizio e continuità, materialità del corpo e immaterialità dell’anima (che risiede nel corpo, quindi anche l’anima è corpo, e così la mente, tant’è vero che si può fare corretto e concreto riferimento al pensiero del corpo).

E’ indelebile il ricordo di un amico che scriveva soltanto quando aveva l’ispirazione. Dato che l’ispirazione non arrivava mai (come Godot), riusciva a scrivere ben poco nel corso di un intero anno, e soprattutto non riusciva mai a terminare un’opera.

Sì, il pomeriggio di ieri ha preso senso a Villa Pamphili con la teoria del “duende”. Mi riservo di tornare sull’argomento in occasione della pubblicazione della relazione di Liliana Paganini sulla rivista liminateatri, che dedicherà un Focus alla poesia della scena, una questione che è venuta alla luce più volte nel corso dei seminari di drammaturgia del Cendic svolti alla Casa dei Teatri.

Per il momento  desidero segnalare l’interesse fortissimo che ha suscitato l’intervento della nostra drammaturga e la centralità del ritmo e della energia vitale che l’azione fisica porta con sé nei processi organici  applicati alla scrittura drammaturgica e all’arte dell’attore.