Nella Casa dei Teatri  di Roma Paolo Puppa, docente universitario e studioso di teatro di chiara fama,  è  stato protagonista

del terzo seminario di scrittura drammaturgica, organizzato dal Centro Nazionale di  Drammaturgia Contemporanea in collaborazione con Roma Capitale, Biblioteche di Roma e la rivista Liminateatri. Nel doppio ruolo di drammaturgo e di performer Puppa  ha svolto un seminario sul male assoluto dal titolo “Anche i mostri piangono” e a seguire si è cimentato in due azioni performative sui miti antichi  trattati in chiave contemporanea: “Sarturno a Mestre” e “Abramo a Borca di Cadore”.

Commedie dialogiche in forma di monologhi. Miti come patologie. L’archetipo funge da catalizzatore. “Dio è morto, ma gli dei circolano come patologie”, afferma l’autore. E aggiunge che i mostri gli consentono alcuni trasfert, favorendo la definizione di presupposti teorici e pratici che stanno a fondamento della scrittura drammaturgica: “quello che fanno gli altri potrei farlo anch’io” e nel fare ciò che faccio “libero  la notte che sta dentro di me”. In altre parole, se inseguo la luce trovo la metafisica della luce (non la verità presupposta), e solo con l’attraversamento delle tenebre posso scoprire qualche scintilla di luce.

I testi di riferimento della performance consistono in una sorta di bulimia verbale, un flusso di liquame che porta con sé l’auspicio  del “buon turbamento”. La patologia nasce dalla corruzione dei rapporti coniugali e familiari e si manifesta in modo efferato. Al fondo della scrittura scenica c’è un atteggiamento sacrificale che cambia le regole del giorno. Grida, silenzi. Conflitti segreti. Corpi attraversati dal pensiero dell’assassinio. Faccio il montanaro e mi sfogo con la scure, dice uno dei due personaggi di carne e di carta. Mi rifugio in internet, poi vado nella camera di mia moglie e brutalmente la possiedo, anche con la voglia di strangolarla. La felicità più grande è portare mio figlio malato a fare la legna, al freddo, nel bosco nero come il pelo di un  orso. E più fa freddo più mi viene duro. E dopo aver fatto la legna faccio la doccia assieme a lui, a Isacco, mio figlio, che non vuole farsi vedere nudo. Ma io lo fisso in silenzio per minacciarlo. Ho un nemico in casa. Parla a bassa voce con la mamma. E quando lo colpisco con la scure, si divincola il piccoletto, e mentre il piccoletto si divincola mi diventa ancora più duro di quando stavo nel bosco nero, e quando lo metto nella gerla vedo che si soffia il naso il piccoletto. Poi una battuta fulminante: “Adesso che ho raccontato, ci torno in banca, domani?”

“Il personaggio di carta e di carne mi parla”: non recito il personaggio, non sono un attore che interpreta la parte, dice il drammaturgo. Sono/non sono il personaggio, risponde il performer. Il sapere s’intreccia con il non-sapere. Il pensiero si fa sangue e il sangue si fa pensiero. Il grottesco della forma e l’ibrido della meccanica scaturiscono da una posizione poetica, profonda e misteriosa: implicano un gesto fraterno di compassione, una relazione controversa che attraversa il dolore e l’orrore del disvelamento.

In tempi in cui trionfano moralità edificanti e inflessibili memorie, l’a-moralità dei testi di Puppa rappresenta un fatto artistico di grande rilevanza culturale che si realizza sul filo di una poesia che non scaturisce dall’aura poetica o dalla bellezza estetica della parola, ma dall’intreccio tra movimento del pensiero e movimento del desiderio. La disamina psicanalitica delle operette a-morali si rivela, nel corso del dibattito, come traccia di una ricerca possibile, ma non parimenti energetica. Un seminario intelligente. E utile. Una performance viva e coinvolgente che il performer conduce in porto oltre il velo della superficie della tradizione immobile.