Non sono molti i testi teatrali di autore italiano che trattano il tema della mafia. Si ricordano quelli di Giuseppe Fava, Nicola saponaro,

Diego Fabbri e Leonardo Sciascia, tanto per citare alcuni nomi, tra i più conosciuti. Di quest’ultimo, Enrico Bernard – drammaturgo famoso, saggista, docente universitario, editore, che ha di recente pubblicato in un volume tre testi riguardanti le organizzazioni mafiose in Italia – ha scelto “L’onorevole” per svolgere un seminario di scrittura drammaturgica alla Casa dei Teatri nell’ambito di un progetto curato dal  Cendic, in collaborazione con Roma Capitale e Biblioteche di Roma.
Commedia o non commedia? “L’onorevole” è un testo che l’autore ha scritto nel 1964 nella prospettiva della lettura piuttosto che della rappresentazione. L’anno successivo è stato oggetto di una mise en espace che ebbe scarsa attenzione da parte della stampa. Ricco di tensioni attive e presenti, si può dire che duri nel tempo. Due i temi di grande attualità: pratiche mafiose e consociativismo.
Protagonista della storia è l’avvocato Frangipane: un uomo dotato di spiccata capacità oratoria. Persona perbene, credibile. Un “puro “che finisce per essere utilizzato dalle organizzazioni criminali di natura mafiosa. Ha idee che si presentano in veste di novità. Fanno presa sulla gente. Frangipane sviluppa ampie relazioni sociali, accetta inviti, fa discorsi in piazza e s’illude di stare fuori dal sistema mafioso, ma non è così. Eletto deputato, prima scopre il successo politico, poi il benessere. E si trova più o meno consapevolmente a svolgere un ruolo di collegamento tra i due grandi partiti di quel momento storico: la Dc e il PCI.
Ascolta tutti e non nega niente a nessuno. “Ti faccio un piacere, ma non voglio niente”. “Cosa posso fare per te?”. “Niente, non ho bisogno di niente”. “Tuo figlio avrà bisogno di qualcosa!”. “No, niente”. “Un terreno per ingrandire la casa”.  “Sì, va bene, va bene, ma non ditemi niente, non voglio che me ne parliate”. E liquida frettolosamente il suo interlocutore. La moglie Assunta  mette insieme parole, comportamenti, relazioni. Capisce che dietro il successo del marito c’è una rete di complicità ambigue, causa di disagio crescente. Si confida con un prete, ma invece di trovare ascolto e condivisione morale, trova un muro. L’uomo di chiesa l’invita a lasciar perdere, a cambiare vita, a dedicarsi alla lettura, al riposo, e le suggerisce - pirandellianamente - di fingersi pazza, se proprio vuole raccontare  la verità: così la verità oggettiva diventerà la sua verità.
La questione più importante  messa in risalto, con grande acume, da Bernard è la tecnica del cinema nel cinema usata da Sciascia  nella scena finale, in cui si vede l’onorevole, accompagnato dalla moglie, passeggiare sul tappeto rosso del Festival Cinematografico di Venezia. Sorrisi, abiti da sera sfavillanti, esplosione di flash. La presenza dell’onorevole, mentre rende omaggio all’arte e alla cultura, ci fa capire come  l’idealità di Frangipane non sia altro che una finzione. Una maschera. Un paravento. Contrariamente a quello che comunemente si pensa, gli attori fingono per dire la verità che nasce da un atto di disvelamento. I politici invece fingono per mentire, cioè per nascondere la verità.
Perché Sciascia  si è avvalso di quella tecnica? Cosa sapeva? Aveva capito che  le infiltrazioni mafiose interessavano anche teatro e cinema? I mafiosi gestivano tutto, anche la produzione teatrale e cinematografica? Ieri come oggi? Forse. Dire, come fanno oggi molti politici, “Io non sapevo” è una idiozia.