Vorrei che il palcoscenico fosse sottile come la corda di un funambolo
Una riflessione di Alessandro Stella.
Vorrei che il palcoscenico fosse sottile come la corda di un funambolo, affinché l'inetto non vi si arrischiasse". J.W. Goethe
Lo vorremmo in tanti ma, altro che fune caro Goethe, il palcoscenico assomiglia sempre più a una portaerei sulla quale tutti salgono. Un palcoscenico assalito sempre più dal mondo televisivo e sempre più negato al mondo teatrale.
In mezzo a tutta questa folla gli attori e i drammaturghi dove stanno? In ultima fila, là in fondo, in penombra, che il pubblico non li conosce, non sa chi sono. Facce sconosciute.
Cari attori e cari drammaturghi avete mai partecipato a uno show? Avete mai scritto un libro? Siete mai comparsi su una rivista di gossip? Avete mai fatto il giudice in un reality? Vi siete mai fidanzati con un calciatore? Vi siete mai fatti paparazzare mentre amoreggiavate con un cantante sul divanetto di una discoteca al mare? No?! Noo?! Be’, allora che volete? Certo che siete proprio dei presuntuosi. Come si può, anche solo pensare di scrivere per il teatro e recitare in teatro, quando la gente non sa chi siete. Ma dai su! Siate seri! Il talento, la capacità, il mestiere, la grammatica, la dizione.. State scherzando vero?! Costa soldi uno spettacolo e nessuno, mai, spenderà un soldo per andare a vedere qualcuno che non è mai apparso da nessuna parte. Rassegnatevi. Il pubblico vuole vedere gente famosa. Vuole vedere i grandi nomi.
Su un palcoscenico dove sempre più vengono rappresentati puzzle tratti da show televisivi, commedie tratte da sceneggiature di film e sempre meno teatro, sempre meno drammaturgie originali, voi sconosciuti vi illudete di trovare spazio.
E allora? Come si è arrivati a questo? Non sarà forse che il dramma del teatro è nel teatro stesso?
E poi vero che il teatro è in crisi da quando sono diminuite le sovvenzioni? E' davvero una crisi tutta riconducibile ai tagli della politica? Non sarà invece che è da tanto, tanto tempo che chi del teatro è professionista preparato risica spazi a fatica non per mancanza di soldi, ma per mancanza di opportunità? Non sarà invece che è da tanto, tanto tempo che gli attori partecipano a casting finti, dove le parti sono già state assegnate a tavolino, che i drammaturghi propongono i loro lavori a direttori/direttrici artistici/artistiche che mai li leggeranno?
Come muoversi e come continuare a credere in questo mondo che lascia sempre meno spazio a chi si è impegnato, ha studiato, si è lungamente preparato per salire in scena e sempre più spazio a chi sale in scena e poi si prepara e forse studia?
S'è mai visto un ospedale che assume attori provenienti da una fiction socio-sanitaria invece di assumere personale medico e infermieristico specializzato? S'è mai visto che gli attori provenienti da una fiction del filone poliziesco vengano assunti al posto di veri carabinieri e/o poliziotti? Oddio non sarà che siamo già arrivai anche a questo, visto il proliferare di casi di mala sanità e l'aumentare di casi di omicidio irrisolti?
Se è così bisogna avvertire il Vaticano. Con tutte le fiction prodotte su preti, frati e affini, c'è personale più che sufficiente per risolvere il problema delle vocazioni.
E allora? Come entrare a teatro da professionisti? Succede che, allora, gli attori e i drammaturghi creano associazioni, che formano compagnie teatrali. E diventano drammaturghi, attori, registi e produttori di se stessi, realizzando e proponendo spettacoli ai teatri sparsi per la penisola.
E sono fortunati se ricevono una risposta. Perché solitamente gli organizzatori e i direttori/direttrici artistici/artistiche non rispondono. Non sia mai! Nemmeno per dirti no! Sarà la prassi, sarà anche d'uso, ma è una prassi d'uso da maleducati.
E dopo tanti, ma tanti, invii di materiale via e-mail, tante telefonate e tanto bussare, se riescono a salire sul palcoscenico di un teatro del piccolo paese di provincia due, tre volte in una stagione, gli è andata di lusso. Eh sì proprio di lusso. E ricominciano a crederci nel loro talento, nella loro professionalità. Ricominciano a credere di avere delle opportunità.
Ma è sempre più dura. Gli spazi sempre più ridotti. Le compagnie sempre più numerose. Così come le scuole di recitazione. Più diminuisce il lavoro e più aumenta il numero di chi ti vuole insegnare come si fa. Più diminuisce la possibilità per un attore di recitare, più aumentano gli allievi delle scuole di recitazione. Non c'è città o paese italiano che non abbia almeno un corso di recitazione. Ognuno geloso del proprio orticello, chiuso dentro il proprio recinto. Circuiti chiusi in cui non entri nemmeno se proponi qualcosa che è già stato rappresentato e pure con successo, nemmeno se proponi qualcosa che ha avuto un'ottima critica a un festival.
Sempre più teatri gestiti da associazioni che hanno al loro interno drammaturghi e compagnie di attori e così nel cartellone compaiono sempre e solo i loro lavori, tutt'al più, tanto per diversificare le sigle di produzione, quelle dell'associazione che ha seguito il loro laboratorio di scrittura.
Circoli chiusi. Piccoli circoli chiusi in cui non circola nulla. Strategie di sopravvivenza.
Pur di andare in scena. Pur di mantenere quel piccolo spazio che l'amministrazione comunale ti ha concesso.
E nessuno che aiuta nessuno a far circolare opere nuove e italiane. Perché se non sei un drammaturgo/attore/regista/produttore e non fai parte di un'associazione che è anche compagnia teatrale, ma solo uno che scrive, allora sì che sei nei guai. Ma in guai seri. Talmente seri che prima pensi di non avere la benché minima opportunità di essere rappresentato, ma ci credi talmente tanto che ci provi e insisti e ci riprovi, fino allo sfinimento, fino ad arrivare a pensare che forse sei solo presuntuoso, che in fondo se non vieni mai richiamato, se non rispondono mai è perché non hai talento, non sai scrivere. Cercati un lavoro e piantala di illuderti.
Ma poi una sera vai a teatro. In uno di quei teatri delle grandi città dove in cartellone ci vanno solo i nomi più famosi e popolari. Ho detto i più famosi e popolari, non i più bravi e i più grandi. Ci tengo a questa precisazione. E lo spettacolo è banale, battute scontate da spogliatoio da palestra, recitazione da laboratorio parrocchiale. E la dizione. Per la miseria, almeno impara a parlare correttamente con i giusti accenti. Recitare lasciamo perdere, servirebbe un transfert di personalità radicale per riuscire a vedere un briciolo d'anima, ma almeno la dizione. E che ti costa studiare un po'. Con quello che ti pagano, mi sembra il minimo. Invece no! Macché. E il pubblico nemmeno se ne accorge e applaude pure! Oh, ma la scenografia quella sì! Oh, su quella non hanno badato a spese. E i costumi! Magnifici!
Ma allora i soldi ci sono!, pensa il drammaturgo. Ma perché, pensa ancora l'ingenuo drammaturgo, con quei soldi invece di portare in scena questa cosa mediocre e imbarazzante, non hanno dato spazio a rappresentazioni nuove e originali?
Non è forse vero allora che il dramma maggiore per il teatro odierno, dopo il dramma delle sovvenzioni, e ancor più del dramma delle sovvenzioni, è già nelle scelte dei direttori/direttrici artistici/artistiche che fanno di tutto per avere il consenso del pubblico e così poter aspirare a più sovvenzioni e dunque a più potere? A continuare ad essere sempre loro ad accaparrarsi la gran fetta di sovvenzioni pubbliche in modo da creare un circuito chiuso?
Sarebbe poi così deleterio ed economicamente fallimentare se questi direttori/direttrici artistici/artistiche in calce a una stagione fatta di nomi famosi, presentassero e proponessero al loro affezionato pubblico una rassegna di nuova drammaturgia originale italiana? Non sarebbe opportuno che fossero i teatri ad aiutare gli artisti?
Non dovrebbero essere gli organizzatori e i direttori/direttrici artistici/artistiche ad essere interessati a proporre nuovi autori, non dovrebbero essere loro ad aiutare gli artisti a farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico?
Accanto alle produzioni che richiamano i grandi numeri, gli sponsor e i potenti, fatti importanti per un teatro, nessuno lo nega e nessuno è così ingenuo da credere di viver d'aria e d'amor, i direttori/direttrici artistici/artistiche dovrebbero rischiare anche su progetti che fanno sognare, che fanno giocare, che aprono nuovi mondi; dovrebbero aiutare i progetti nuovi, i nuovi autori, i nuovi attori e forse grazie a questa spinta si potrebbe creare un nuovo pubblico di estimatori del teatro vivente. O anche di detrattori, perché no!, in fondo se a questi nuovi attori ed autori viene negata l'opportunità di esprimersi, come è possibile sapere chi tra loro vale oppure no? Con il solito metodo antimeritocratico di italica consuetudine?
Alessandro Stella









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